Ho due figli di 10 e 12 anni, un’età in cui cominciano a costruire la loro curiosità digitale e a formare abitudini che li accompagneranno per tutta la vita. Vivono nel pieno dell’era AI, una delle novità tecnologiche con il più vasto impatto della storia moderna, per il numero di persone coinvolte, per i cambiamenti che porta nei modi di lavorare, comunicare e apprendere, per la rapidità con cui questo sta avvenendo.
Come genitore “esperto di tecnologia”, ne vedo chiaramente sia le potenzialità enormi sia i rischi: se sapranno usarla nel modo corretto ne potranno trarre grandi benefici, se non lo faranno rischiano, nella migliore delle ipotesi, debiti cognitivi. Che non la usino del tutto, non è un’opzione credibile.
Quando sia il momento migliore per iniziare a parlare di questo argomento e quale sia il modo giusto per farlo è qualcosa su cui mi sono interrogato spesso.
Ho moltissimi concetti in testa che vorrei trasmettere (in questo l’essere “addetto ai lavori” non è d’aiuto), ma la priorità è una: sfatare i miti pericolosi.
L’IA non sa, l’IA non pensa, l’IA non è neutrale.
In una frase: non è una scatola magica.
Tuttavia, ogni genitore sa che calare regole e definizioni dall’alto con ragazzi di questa età, sperando che ne traggano insegnamenti utili è un’utopia. La consapevolezza deve emergere in modo spontaneo, attraverso uno scambio reciproco, meglio se giocoso.
Così, in un pomeriggio di pioggia dopo la merenda d’ordinanza, ho deciso di lanciarmi nell’impresa.
“È come Google, ma più intelligente”
Ho iniziato chiedendo cosa fosse, secondo loro, l’intelligenza artificiale. Le risposte sono state già interessanti:
- “È ChatGPT” (un classico).
- “È come Google, ma più intelligente”.
La parola “Intelligente” è uno spunto che vale la pena appuntare su un foglio, ci tornerà utile nel discorso a seguire.
Il gioco del cavaliere
Per smontare il primo mito, abbiamo iniziato un semplice esercizio che, per facilità, chiameremo “gioco del cavaliere”.
Ho chiesto di completare una frase, offrendo tre opzioni a testa:
“Il cavaliere sguainò la ….”
Hanno risposto con prontezza “spada”, piuttosto ovvio a dire il vero, ed è un bene.
Alla mia domanda sul perché fossero così certi, la risposta è stata illuminante: “Perché di solito è così”.
“Di solito”: ecco la seconda parola fondamentale da segnare sul foglio. Sarà il nostro bersaglio.
Abbiamo continuato il gioco cambiando l’azione in “tirò fuori”. Le opzioni sono aumentate, ma la creatività cominciava a scarseggiare. Allora ho giocato io, proponendo “pagnotta” e “automobile” tra frasi di scherno. Abbiamo assegnato a ogni parola un punteggio da 1 a 10 basato sulla probabilità di comparsa: la spada dominava, la pergamena seguiva, le proposte di papà erano in fondo alla classifica.
Il potere del contesto
Il momento chiave è arrivato aggiungendo un frammento iniziale alla stessa frase:
“Affamato dopo un lungo viaggio, sedutosi a tavola, il cavaliere tirò fuori la….”
Improvvisamente, la classifica è stata stravolta. La pagnotta è balzata in testa.
Cambiando il contesto, sono cambiate le probabilità.
“Complimenti”, “vi siete appena trasformati in piccoli ChatGPT”.
Vedere i loro sguardi cambiare mentre realizzavano che un chatbot AI non fa altro che assegnare ripetutamente probabilità alle parole, sorteggiando la più coerente in base ai dati con cui è stato addestrato e alle parole che la precedono, è stata la mia prima piccola vittoria da CTO domestico.
Insieme, abbiamo preso il foglio e concordato che la parola “Intelligente” andasse cancellata.
Abbiamo passato un certo tempo a interrogare la chat, verificando come domande precise producessero risposte sensate, mentre richieste vaghe portassero l’IA a “tirare a indovinare”.
Verso la prossima sfida
Senza nemmeno che ce ne rendessimo conto, si era fatta ora di cena. Per ora poteva bastare così. Abbiamo scalfito la superficie, ma so già di cosa parleremo nella prossima giornata di pioggia.
Ci sono due temi molto importanti che dobbiamo trattare.
Il primo è che quel “di solito“ è perfetto per inventare una fiaba, ma rischioso se cerchiamo una verità storica o un dato scientifico. L’IA è un eccellente narratore ma un pessimo testimone: è quasi sempre credibile, ma non sempre attendibile.
Il secondo è che l’Intelligenza Artificiale non è un giudice neutrale, ma uno specchio del nostro mondo: riflette, e in molti casi amplifica, le nostre luci, ma anche tutte le nostre ombre.
Ma questa è un’altra storia, per ora mi basta aver insegnato ai miei figli a guardare dentro “l’ingranaggio” senza restarne abbagliati.
Alessandro Bisi
DevOps Lead