L’agosto 2024 ha segnato una data storica: il Regolamento (UE) 2024/1689 – AI Act è entrato in vigore, rendendo l’Unione Europea il primo grande attore globale a dotarsi di una legge organica sull’intelligenza artificiale. Un traguardo che molti attendevano, e che in pochi hanno davvero letto fino in fondo.
Perché leggendolo, emerge qualcosa di interessante: la norma disciplina i rischi, classifica i sistemi, stabilisce obblighi. Ma sulla sostenibilità – quella vera, quella che misura l’impatto dell’IA sul pianeta e sulle persone – si muove ancora in punta di piedi.
E questo ci dice qualcosa di importante: governare l’intelligenza artificiale non è solo una questione di compliance. È prima di tutto una scelta di valori.
Cosa dice davvero l’AI Act
Il testo è lungo, tecnico, necessariamente complesso. Ma il suo impianto è chiaro: i sistemi di IA ad alto rischio, quelli che impattano su salute, sicurezza, diritti fondamentali, devono rispettare requisiti stringenti di trasparenza, supervisione umana e robustezza.
La classificazione per livelli di rischio è lo strumento centrale:
- rischio inaccettabile: sistemi vietati (es. social scoring, manipolazione subliminale)
- alto rischio: soggetti a obblighi di conformità (es. IA in ambito medico, giudiziario, educativo)
- rischio limitato: obblighi di trasparenza (es. chatbot, deepfake)
- rischio minimo: liberi da vincoli specifici
Con l’agosto 2025 sono entrate in applicazione anche le norme sui modelli GPAI, i grandi modelli general purpose come quelli alla base di ChatGPT, Gemini o Claude. Una novità rilevante: per la prima volta, anche i sistemi che non hanno una destinazione d’uso definita sono soggetti a obblighi di trasparenza e, per i modelli con impatto sistemico, a requisiti di valutazione del rischio. È il riconoscimento che l’IA più pervasiva non è quella verticale, ma quella orizzontale, quella che entra silenziosamente in ogni processo.
Sul fronte ambientale, tuttavia, il Considerando 48 e l’art. 9 accennano all’impatto ecologico dei sistemi ad alto rischio senza metriche obbligatorie né soglie definite. Il Parlamento Europeo aveva chiesto requisiti più stringenti sull’impronta energetica dei modelli. La versione finale dell’AI Act non li ha recepiti in modo vincolante.
Il gap tra norma e realtà: i numeri che nessuno vuole dire
Mentre il legislatore calibrava le soglie di rischio, i data center continuavano a crescere. I numeri sono difficili da ignorare. Secondo l’IEA – International Energy Agency, i consumi elettrici globali legati all’IA e ai data center hanno già raddoppiato nel biennio 2024-2026, e le proiezioni al 2030 restano in crescita. Goldman Sachs stima un aumento della domanda energetica del 160% entro il 2030 trainato proprio dall’intelligenza artificiale. Il training di un singolo Large Language Model può generare emissioni di CO₂ paragonabili a centinaia di voli transatlantici — lo documentano Strubell et al. (2019) e, con maggiore dettaglio, Patterson et al. (2021).
Eppure, paradossalmente, l’IA viene anche presentata come strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici del Green Deal. Ottimizzazione energetica, monitoraggio ambientale, modelli predittivi per le rinnovabili: le promesse ci sono. Ma il Parlamento Europeo avverte che senza una governance adeguata, il rischio è che l’IA diventi parte del problema, non della soluzione. La contraddizione è strutturale. E l’AI Act, da solo, non la risolve.
Una sostenibilità che riguarda anche la mente
C’è però una dimensione della sostenibilità che il dibattito normativo tende a trascurare quasi del tutto: quella cognitiva. L’IA non impatta solo sul pianeta. Impatta su come pensiamo. Il fenomeno del cognitive offloading, la tendenza a delegare alle macchine processi mentali che prima svolgevamo autonomamente, sta ridisegnando le abitudini cognitive di interi gruppi generazionali. Come abbiamo approfondito nel nostro articolo sulla Gen Z e l’IA, i più giovani crescono in un ecosistema in cui l’assistente artificiale risponde prima ancora che la domanda sia formulata con precisione. Il rischio non è la stupidità, è la dipendenza cognitiva. E governare l’IA in modo davvero sostenibile significa anche chiedersi: che tipo di intelligenza stiamo coltivando nelle persone, mentre potenziamo quella delle macchine? Una governance dell’IA responsabile non può ignorare questa domanda. Né può rispondervi con una norma.
La vera sfida: governare significa scegliere
Qui sta il punto che più ci interessa, come agenzia che lavora ogni giorno all’intersezione tra tecnologia, comunicazione e responsabilità. Governare l’IA non è un atto tecnico. È un atto culturale. Le regole sono necessarie e l’AI Act è un passo avanti significativo rispetto al vuoto normativo precedente. Ma le regole definiscono i confini, non la direzione. E la direzione la scelgono le persone: i decision maker che decidono quali sistemi adottare, i professionisti che scelgono come usarli, le organizzazioni che definiscono i propri standard interni.
Il framework OCSE sui Principi dell’IA e la Raccomandazione UNESCO sull’etica dell’IA adottata da 193 paesi, convergono su un punto: la sostenibilità digitale non è un indicatore tecnico. È un impegno che attraversa ogni livello delle organizzazioni, dal board operativo fino alle scelte quotidiane di ogni team.
Lo stesso UN AI Advisory Body, nel suo rapporto finale del 2024, lo dice in modo esplicito: serve una governance dell’IA inclusiva, adattiva, capace di connettere innovazione e sviluppo umano. Non basta una norma. Serve una visione. E, sorprendentemente, questa visione arriva anche da una voce inaspettata.
Quando anche il Papa prende posizione
C’è una voce che nessuno si aspettava in questo dibattito, e che invece si è rivelata tra le più lucide. Il 15 maggio 2026, Papa Leone XIV ha pubblicato Magnifica Humanitas: la prima enciclica della storia dedicata all’intelligenza artificiale. Un documento che va molto oltre la riflessione teologica: come abbiamo scritto nella nostra lettura dell’enciclica, è un atto di resistenza politica e filosofica.
Il punto centrale è scomodo e necessario: l’IA non è neutrale. “Assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Dietro ogni algoritmo c’è una gerarchia di potere, spesso invisibile, sempre presente. E quando il potere si ammanta di neutralità, “l’ingiustizia si fa silenziosa”. Leone XIV usa una parola forte: disarmare. Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione, non solo militare, ma economica e cognitiva. Significa renderla, nelle sue parole, “discutibile, contestabile, e quindi abitabile”. È esattamente la sfida che l’AI Act non riesce a raccogliere da solo. Perché una norma può definire i confini. Ma solo una visione dell’essere umano può dare una direzione.
Il modello che scegliamo
In Keyformat, questa tensione la viviamo ogni giorno. L’AI è parte del nostro lavoro, amplifica la capacità di ascolto, accelera l’analisi, potenzia la creatività. Ma non sostituisce la scelta. Non sostituisce la responsabilità. Quello che ci ha insegnato il percorso verso il nostro Manifesto è che la sostenibilità digitale comincia da una domanda: non “cosa può fare l’AI?” ma “perché lo facciamo, e per chi?” L’AI Act ha dato una risposta normativa a una parte di questo interrogativo. Ora tocca alle organizzazioni e a ciascuno di noi, rispondere alla parte che la legge non può toccare: quella dei valori, delle priorità, del senso. Perché governare l’intelligenza artificiale non significa solo rispettare le regole. Significa essere in grado di spiegare, ogni giorno, le scelte che facciamo con essa.