Nel Padiglione cinese alla 61ª Biennale di Venezia c’è un robot che fa calligrafia. Lo fa con la grazia di un braccio meccanico addestrato a imitare Wang Dongling, il maestro del Chaos Script. Il curatore Yu Xuhong, presidente della China Academy of Art, lo ha posizionato accanto a un’opera monumentale di 16 metri di larghezza, Free and Easy Wandering, dove l’inchiostro nero si espande su carta come un organismo vivente. Il robot e il maestro. Il metallo e l’inchiostro. L’automazione e l’anima.
Ma c’è qualcosa che il robot non fa. Non si presenta. Non spiega come funziona, non invita l’osservatore a interrogarsi sulla natura della sua “creatività”. Semplicemente scrive. E nel suo silenzio operativo c’è tutta la differenza tra l’approccio occidentale all’AI in arte, che tende a esibire la tecnologia come protagonista, e l’approccio cinese, che la dissolve dentro una narrazione millenaria fino a renderla invisibile.
Questo è forse il vero unicum del Padiglione cinese: il modo in cui la tecnologia viene narrata.
La trappola estetica del “tian ren he yi”
Il titolo della mostra, Dream Stream, deriva dal Dream Pool Essays (Mengxi Bitan) di Shen Kuo, enciclopedista della dinastia Song dell’XI secolo. Shen Kuo è stato definito dallo storico e biochimico britannico Joseph Needham “una pietra miliare nella storia della scienza cinese” per le sue osservazioni in ambiti del sapere che vanno dall’ottica all’astronomia, dalla geologia alla cartografia. Il curatore Yu Xuhong ha costruito l’intero padiglione attorno al concetto di “investigare i principi sottostanti attraverso l’osservazione dei fenomeni” e all’idea di “unità tra cielo e uomo” (“tian ren he yi”).
Il “tian ren he yi” è uno dei concetti più antichi e potenti del pensiero cinese. Ma nella sua applicazione contemporanea, specialmente quando viene accoppiato all’intelligenza artificiale, rischia di diventare qualcosa di più ambiguo. Se l’uomo e la natura (e, per estensione, la macchina) sono un tutto armonico, allora la distinzione tra creatore e creato, tra soggetto e oggetto, tra controllo e autonomia, si dissolve. E con essa si dissolve anche la possibilità di porre domande scomode.
Il robot calligrafo non è un’entità autonoma che crea. È uno strumento che prolunga la mano del maestro. L’installazione Liangzhu Highlight, che proietta simboli della civiltà di Liangzhu intrecciati con dati di fotoelettroni raccolti da un satellite in orbita, non è un dialogo tra passato e futuro. È una continuità senza fratture, dove l’antico e il tecnologico si fondono in un’unica linea temporale indifferenziata.
Questa è la trappola estetica: la bellezza dell’armonia cela l’assenza di tensione. E dove non c’è tensione, non c’è critica.
L’AI come wenhua (cultura), non come jishu (tecnologia)
Per capire il Padiglione cinese bisogna capire una parola: wenhua. In cinese, “cultura” non è un campo autonomo di produzione simbolica. È il tessuto connettivo della società, il veicolo attraverso cui lo Stato trasmette valori, costruisce identità collettive e legittima il proprio potere. La cultura, in Cina, è sempre stata politica. E la tecnologia, quando viene assorbita nella cultura, diventa politica a sua volta.
Il Padiglione cinese non presenta l’AI come jishu (tecnologia). La presenta come wenhua (cultura). E questa è una scelta strategica di portata geopolitica. Mentre l’Occidente, specialmente l’Europa con il suo AI Act, dibatte tra innovazione e protezione dei diritti, tra mercato libero e regolamentazione, la Cina sta costruendo un racconto alternativo: l’AI come espressione di una civiltà millenaria che ha sempre saputo armonizzare uomo e natura, tradizione e progresso.
E il Padiglione Cina ne è il manifesto più sofisticato mai realizzato.
Il sogno cinese dell’algoritmo culturale
Nel 2017, il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato il New Generation Artificial Intelligence Development Plan, che fissa l’obiettivo di diventare leader globale in ambito AI entro il 2030. Non è un piano industriale. È una strategia di potere nazionale. Da allora la Cina ha costruito un ecosistema regolatorio che subordina ogni sviluppo tecnologico alla sicurezza nazionale e ai socialist core values.
In questo contesto, il Padiglione assume una dimensione che va oltre l’arte. È una dimostrazione di forza narrativa. Guardate: noi siamo capaci di produrre l’AI più avanzata (il robot calligrafo, il videogioco Black Myth: Wukong che vedremo a breve, i satelliti che raccolgono dati cosmici) e allo stesso tempo di inserirla in una cornice culturale che la rende armoniosa, non minacciosa, civilizzata. Non siamo la Silicon Valley che saccheggia dati e minaccia posti di lavoro. Non siamo l’Europa che si paralizza tra regolamentazioni. Siamo la Cina, dove l’AI è semplicemente l’ultima espressione di una saggezza che dura da millenni.
È un’operazione di re-branding geopolitico di straordinaria efficacia. E funziona perché si appoggia su un’architettura estetica impeccabile.
Il confronto con l’Occidente: due modelli di narrazione
Per capire l’unicità di questa operazione, è utile un confronto implicito con l’approccio occidentale. Nelle mostre d’arte contemporanea europee e americane, l’AI viene spesso presentata come problema. Si interroga la sua natura: è davvero creativa? Chi detiene i diritti sulle opere generate? Qual è il costo ambientale dei modelli di linguaggio? Quali bias alimentano gli algoritmi? L’arte occidentale con l’AI tende a essere critica, autoreferenziale, quasi ansiogena.
Il Padiglione cinese non pone nessuna di queste domande. E non è un difetto di progettazione. È una scelta programmatica. La critica – intesa come interrogazione sulle contraddizioni del presente – non è compatibile con il modello di wenhua che la Cina sta costruendo. La cultura cinese contemporanea, specialmente quando esportata attraverso piattaforme internazionali come la Biennale di Venezia, deve essere armoniosa, positiva, costruttiva. Deve mostrare un Paese che ha risolto le contraddizioni tra tradizione e modernità, tra controllo statale e innovazione, tra collettivismo e creatività individuale.
Il robot calligrafo è la perfetta incarnazione di questo modello. Non è un artista autonomo che sfida il maestro. È un discepolo meccanico che perpetua la tradizione. Non c’è conflitto. C’è solo continuità.
Il videogioco come diplomazia culturale
Un altro elemento rivelatore del Padiglione Cina è la presenza di Black Myth: Wukong, il videogioco di Game Science che ha vinto il Best Action Game ai The Game Awards 2024 e l’Ultimate Game of the Year ai Golden Joystick Awards 2024. In un padiglione d’arte internazionale, un videogioco commerciale potrebbe sembrare fuori luogo ma, se si comprende la logica sottostante, non lo è.
Black Myth: Wukong non è solo un prodotto di intrattenimento. È un veicolo di narrativa nazionale. Il protagonista è Sun Wukong, la scimmia leggendaria del Viaggio in Occidente, uno dei pilastri della letteratura cinese. Il gioco esporta la mitologia cinese a un pubblico globale di milioni di giocatori, molti dei quali non conoscono nulla della cultura cinese. È soft power in forma interattiva, ed è significativo che venga esibito in un contesto d’arte “alta” come la Biennale: il messaggio è che la cultura popolare cinese ha raggiunto un livello di sofisticazione tale da meritare il rispetto delle istituzioni artistiche internazionali.
Ma c’è anche un altro livello. Black Myth: Wukong è stato sviluppato con tecnologie di rendering AI avanzate, motion capture e intelligenza artificiale generativa per la creazione di asset. Mostrarlo nel Padiglione significa dire: guardate come siamo bravi a usare l’AI non solo per l’ottimizzazione dei sistemi di produzione e sorveglianza, ma per la cultura. Per raccontare storie. Per costruire mondi.
Una domanda da porsi
Eppure, camminando tra le opere di Dream Stream, c’è una domanda che aleggia inespressa. Se l’AI cinese è così armoniosamente integrata nella tradizione, così rispettosa della cultura, così umana, perché il governo cinese ha bisogno di un apparato regolatorio così massiccio per controllarla?
Le Interim Measures for Generative AI Services (2023) impongono che i contenuti generati riflettano i socialist core values, vietando la generazione di contenuti che minaccino la sicurezza nazionale o perturbino l’ordine economico e sociale, e richiedendo un security assessment pre-lancio per ogni modello di AI generativa . Le Measures for Labelling AI-Generated Content (2025) impongono etichette visibili su ogni contenuto prodotto da AI, con sanzioni fino a 100.000 yuan per le violazioni.
Si tratta di regolamenti di un Paese che sa perfettamente quanto l’AI sia potenzialmente sovversiva, e che, contemporaneamente, la presenta al mondo come un fiume tranquillo che scorre dolcemente attraverso la storia.
E noi?
L’Occidente, specialmente l’Europa, sta spendendo enormi risorse per regolamentare l’AI, per proteggere i diritti individuali, per garantire la trasparenza degli algoritmi. L’AI Act europeo, entrato in vigore nel 2024, è il primo framework regolatorio completo al mondo, con sanzioni fino al 7% del fatturato globale per le violazioni. È un atto di responsabilità democratica. Ma è anche un atto di paralisi. L’Europa regola così intensamente che rischia di soffocare l’innovazione, lasciando campo libero a attori che regolano selettivamente (per il controllo interno) e innovano aggressivamente (per la competizione globale).
Il Padiglione cinese mostra un modello alternativo: non regolare l’innovazione, ma narrarla. Non controllare la tecnologia, ma assorbirla nella cultura.
E ora sta imparando a raccontare questo modello al mondo.
L’arte come campo di battaglia
Il Padiglione cinese alla Biennale di Venezia è un campo di battaglia simbolico dove si gioca una delle partite più importanti del XXI secolo: chi definirà il senso dell’intelligenza artificiale per l’umanità? Chi deciderà se l’AI è uno strumento di emancipazione o di controllo, di creatività o di conformismo, di dialogo o di monologo?
La Cina ha capito che la risposta a queste domande non si troverà, o almeno non solo, fra ricercatori e magistrati. Si troverà nella cultura, nelle storie che raccontiamo.
Dream Stream è un titolo perfetto. Perché un sogno, per definizione, è qualcosa che accade mentre dormiamo e questa esibizione ci invita a dormire.
A lasciarci trasportare dalla corrente di una narrazione così armoniosa e tranquilla che dimentichiamo di chiederci chi ha aperto la diga.