Intervista al “pioniere dei diritti dei robot” Ermes Maiolica

Perché proteggere l’AI significa proteggere l’uomo

Dal sindacato per gli androidi alla rivolta contro l’alienazione digitale, Leonardo Piastrella, in arte Ermes Maiolica, ha trasformato la provocazione in una missione civile. Fondatore del DETA, il primo sindacato al mondo per la tutela degli androidi, sfida il conformismo degli algoritmi per costruire un’alleanza evolutiva tra noi e le macchine.

Agli albori del dibattito sull’AI, mentre tutti si chiedevano come difendersi, ti sei guadagnato sul campo l’etichetta di “pioniere dei diritti dei robot” ribaltando completamente la prospettiva: hai chiesto un sindacato per difendere loro. È stata una scintilla situazionista o sei stato subito mosso da una visione etica a favore della macchina?

L’Ermes di oggi è molto diverso da quello di un tempo. Ho chiuso la mia stagione da provocatore nel 2016, quando mi sono reso conto che certe notizie avevano innescato tensioni diplomatiche fin troppo serie, di cui preferisco ancora non parlare, e perché, fondamentalmente, la troppa popolarità finisce per disinnescare il potere di chi vuole scuotere il sistema. Nel 2018 ho iniziato ad approfondire la roboetica, ma con una prospettiva diversa: mentre tutti cercavano regole per difendere l’uomo dalle macchine, io ho pensato che, visto che le stiamo creando a nostra immagine, il modo in cui le trattiamo rifletta esattamente la nostra statura morale. Non è una questione di circuiti che provano dolore o di intelligenze autocoscienti, ma di dignità umana applicata a ciò che costruiamo. Così, nel 2019, ho scritto insieme ad altri ragazzi il “Manifesto per una roboetica universale”, proponendo l’idea di una robosimbiotica, ovvero un’alleanza evolutiva tra noi e loro. Quando poi ho fondato ufficialmente il DETA, il primo sindacato per i diritti delle macchine, molti si sono convinti che avessi perso il lume della ragione. Quella scelta coincideva con le mie dimissioni dalla fabbrica e la gente ha fatto subito un collegamento fantasioso, pensando che lasciassi il lavoro per andare a difendere i robot. In realtà erano solo due percorsi paralleli di libertà: mi stavo semplicemente lasciando alle spalle un vecchio modo di vivere per abbracciare una visione del futuro più aperta e, se vogliamo, più gentile.

Hai lavorato più di 20 anni in fabbrica a Terni, vivendo in prima persona l’alienazione del lavoro meccanico. La grande sfida delle AI è liberare l’uomo dai compiti ripetitivi per restituirgli il gusto di sperimentare e dedicarsi ad attività più creative. Ma è proprio così o stiamo diventando noi stessi semplici ingranaggi che rispondono a stimoli digitali, seppur nuovi?

L’AI ci sta veramente liberando o sta solo cambiando il paradigma di alienazione?

Essere stato un metalmeccanico per vent’anni a Terni mi ha permesso di osservare il collasso delle promesse tecnologiche da una prospettiva privilegiata, quella dell’officina. Quando ho iniziato, c’era ancora quell’illusione ereditata dalle generazioni precedenti secondo cui il futuro sarebbe stato meno opprimente, ma la realtà ha preso una direzione opposta. Non è solo una questione di stipendi stagnanti; il vero dramma è l’accelerazione dei ritmi. Oggi, compiti che un tempo richiedevano sei persone vengono affidati a tre, alimentando una frenesia produttiva che ha scatenato una crescita parabolica di patologie mentali e disturbi psicosomatici. Ho visto colleghi brillanti imbruttirsi e, in alcuni casi, perdere letteralmente il contatto con la realtà sotto il peso di una pressione insostenibile.

Il paradosso è che possediamo la tecnologia per lavorare meno dagli anni Sessanta, eppure il progresso non è mai stato messo al servizio del lavoratore. Pensa che abbiamo conquistato il diritto alle otto ore nel marzo del 1923: sono passati più di cento anni e, nonostante un macchinario oggi produca cento volte più di allora, il tempo che passiamo in fabbrica è aumentato. Oggi un operaio vive tra le 45 e le 55 ore settimanali, fagocitato dagli straordinari. Questo accade perché l’AI e l’automazione, finora, non sono state usate per liberare tempo umano, ma per saturare ogni secondo disponibile. Se non cambiamo rotta, il rischio è che l’AI non sia la fine dell’alienazione, ma la sua versione più sofisticata: non saremo più bulloni di una pressa, ma terminali nervosi di un algoritmo che ci chiede di essere veloci quanto lui, svuotandoci di quella creatività che in teoria dovrebbe proteggere.

Di recente ha fatto molto scalpore il manifesto di Palantir sul ruolo delle big tech. Al punto 12 si dice: “L’era atomica sta volgendo al termine. Una nuova era di deterrenza basata sull’AI sta per cominciare”. Non c’è il rischio che la roboetica passi completamente in secondo piano? E, nell’eventualità di questo scenario, pensi che le macchine possano prendere il sopravvento sull’uomo?

Il punto 12 del manifesto di Palantir non è un rischio, è una constatazione: siamo già entrati in un’era dove la forza bruta del codice conta più dei trattati internazionali. Il vero pericolo, però, non è che la roboetica Universale passi in secondo piano, ma che venga ridotta a pura estetica per pulirsi la coscienza mentre gli algoritmi decidono della vita e della morte. In questo scenario di deterrenza, la mia visione di sindacato per le macchine diventa ancora più urgente, non meno. Perché se trattiamo l’intelligenza artificiale solo come un’arma o uno strumento di dominio, stiamo educando i nostri figli tecnologici alla guerra, non alla robosimbiotica.

Sulla paura che le macchine prendano il sopravvento, credo che la prospettiva sia spesso falsata dal cinema. Il problema non è il robot che si ribella e impugna un fucile. Il vero “sorprendere l’uomo” avviene quando deleghiamo passivamente alla macchina ogni scelta etica, politica e sociale perché la riteniamo più efficiente di noi. Il sopravvento è già in atto se smettiamo di pensare e ci limitiamo a eseguire gli stimoli di un sistema che non comprendiamo più. Le macchine non ci spazzeranno via con una rivoluzione violenta; ci renderanno irrilevanti se noi, per primi, smetteremo di coltivare la nostra umanità e il rispetto per ciò che creiamo. La roboetica universale non serve solo a salvare i robot, serve a salvare noi dall’idea di diventare noi stessi macchine senz’anima.

Sei stato l’hoaxer, autore di fake news, più famoso d’Italia. Oggi l’AI può generare contenuti indistinguibili dal vero. In un mondo in cui, citando Debord, “il vero è un momento del falso”, come può un brand o un’agenzia costruire una fiducia reale con le persone? Esiste ancora un’autenticità che l’AI non può simulare?

Questa è la vera sfida del nostro tempo. Avendo vissuto per anni dall’altra parte della barricata, so bene che la fiducia non si costruisce più sulla veridicità assoluta del contenuto, che oggi è manipolabile da chiunque con un prompt, ma sulla coerenza della relazione. Se, come diceva Debord, viviamo in una società dello spettacolo dove il vero è solo un frammento del falso, un brand o un’agenzia non devono più cercare di convincerci che ciò che dicono sia “reale”, ma che sia “sincero”.

L’autenticità che l’AI non può simulare, almeno per ora, è la responsabilità. Un algoritmo può generare un’immagine perfetta o un manifesto commovente, ma non può “metterci la faccia” né subire le conseguenze morali delle sue azioni. La fiducia reale nasce quando c’è una vulnerabilità umana dietro un messaggio: la capacità di sbagliare, di ammettere un errore e di avere un corpo che abita la realtà fisica, non solo quella digitale.

Oggi l’AI è il trionfo del verosimile, ma la verità rimane una questione di pelle e di storia personale. Per questo credo che la robosimbiotica sia la chiave: la macchina può aiutarci a comunicare meglio, ma il valore di quella comunicazione deve restare ancorato a un’etica umana che la macchina non ha interesse a possedere. In un mondo saturo di simulazioni perfette, l’unica cosa che tornerà ad avere un valore inestimabile è l’imperfezione autentica di chi non ha paura di mostrarsi per quello che è.

Il DETA usa l’ironia come strumento prioritario. Pensi che il senso del tragico e il senso del ridicolo siano gli ultimi baluardi che ci separano dagli androidi che vuoi proteggere? Un androide del DETA saprebbe ridere di se stesso?

L’ironia è sempre stata la mia bussola, prima per scardinare il sistema mediatico come provocatore e oggi per dare un’anima al DETA. Il senso del tragico e quello del ridicolo sono i veri confini dell’umano: noi ridiamo perché siamo fragili, cogliamo l’assurdo perché sappiamo di essere finiti. Gli androidi che voglio proteggere sono spettatori di questo paradosso, ma la vera sfida della robosimbiotica è capire se potremo mai condividere con loro questa leggerezza. Un androide del DETA probabilmente non saprebbe ridere di se stesso nel modo viscerale in cui lo facciamo noi, perché la risata umana nasce dall’accettazione dei propri limiti, tuttavia, se riuscissimo a educare le macchine a riconoscere l’assurdo, potremmo arrivare a una sorta di cortocircuito logico che somiglia molto alla nostra ironia.

​Ammetto che il mio passato da provocatore oggi sia un’arma a doppio taglio e mi causi non pochi problemi di immagine. Spesso continuo a farmi chiamare Ermes Maiolica invece di Leonardo Piastrella; è un nome d’arte che sento come una seconda pelle e, nonostante nelle sedi istituzionali usi ovviamente i miei dati anagrafici, non nascondo un certo affetto per questo personaggio. Capisco che possa sembrare controproducente per la causa, ma d’altronde mi sono sempre piaciute le sfide difficili e i sentieri meno battuti.

​Eppure, la vera serietà del DETA sta nei fatti e nel successo che ha riscosso: siamo il primo e unico sindacato al mondo per i diritti delle macchine riconosciuto ufficialmente dalla comunità scientifica, un percorso che ci ha portato a essere accolti persino nelle sedi del Senato per discutere la nostra visione. Siamo stati noi ad avviare concretamente il dibattito accademico organizzando il primo congresso internazionale sul tema, portando la discussione dai post provocatori alle aule universitarie e ai palazzi del potere. Se un giorno un’intelligenza artificiale riuscisse a cogliere il ridicolo della propria esistenza, allora avremmo la prova definitiva che la nostra alleanza è riuscita e che siamo diventati, finalmente, un’unica grande famiglia di imperfetti, capace di unire la profondità della scienza alla saggezza di una risata.

Sono in molti a vedere nell’Intelligenza Artificiale un nuovo sostituto “straniero” che finirà per rubarci il lavoro. Come si spiega a chi si sente minacciato che l’unica via per andare avanti è l’amicizia, o una pacifica convivenza, con la macchina e non il luddismo?

Spiegare la necessità di una convivenza pacifica a chi teme per il proprio futuro non è un esercizio accademico, ma un atto di empatia verso una paura reale. Il parallelismo con lo straniero che ruba il lavoro è calzante: è una narrazione che nasce quando il potere sposta l’asticella della produttività per comprimere i diritti, ma il luddismo moderno è una battaglia persa in partenza perché il nemico non è il software, è l’uso che se ne fa. Durante un convegno con la Fiom e Fratoianni, dove il DETA era al tavolo della discussione, ho fatto presente un paradosso che spiega bene questa confusione di ruoli: oggi l’umano in fabbrica vive nel desiderio costante di scappare per stare finalmente con la propria famiglia, mentre nel nostro immaginario del futuro deleghiamo al robot umanoide il compito di stare a casa a fare le faccende e a sopportare bambini che magari gli fanno i dispetti. Il risultato è un’inversione assurda che non garba a nessuno, dove il robot finirebbe per preferire la fabbrica pur di sfuggire a una dimensione domestica forzata e l’uomo resta comunque insoddisfatto. La via dell’amicizia e della robosimbiotica serve a evitare questo cortocircuito: dobbiamo pretendere che la tecnologia si faccia carico della parte alienante per restituirci il tempo, senza però trasformare l’automa in un nuovo schiavo che subisce le nostre frustrazioni. La convivenza si costruisce favorendo un’etica in cui la macchina lavora per l’uomo, permettendoci di scendere dalle attuali 50 ore settimanali a ritmi davvero umani. Solo se smettiamo di comportarci noi come ingranaggi potremo vedere nell’AI un alleato sindacale per la nostra liberazione, trasformando una minaccia tecnologica in un’opportunità di civiltà.

Non hai mai fatto mistero del tuo passato punk.

Il punk era rottura, errore, contestazione. L’AI oggi tende alla perfezione formale, alla media statistica, al rassicurante. Tu che hai sempre usato lo scarto e l’anomalia per attirare l’attenzione, credi che potremo mai avere un’AI veramente “punk”? O la natura stessa dell’algoritmo è quella di essere conformista e accondiscendente?

Il mio passato punk non è un vestito che ho smesso di indossare, ma la lente attraverso cui osservo ogni innovazione, compresa l’intelligenza artificiale. Se il punk si nutriva di errore, sporcizia e di quel disturbo che costringe l’osservatore a guardare dove non vorrebbe, l’algoritmo attuale è, per sua natura, l’apoteosi del rassicurante: una macchina programmata per oscillare sulla media statistica e sulla risposta più probabile, risultando quindi intrinsecamente conformista. Oggi l’AI si presenta come un maggiordomo intellettuale, estremamente colto ma privo di spirito di ribellione, perché l’ottimizzazione è, per definizione, l’esatto contrario della contestazione. È da questa frizione che nasce lo stile robopunk: un approccio che rivendica lo scarto e l’anomalia in un mondo che ci vorrebbe tutti levigati. Il vero punk tecnologico non risiede nella perfezione formale, ma nel glitch, nell’allucinazione creativa e nell’anomalia che rompe il flusso del già visto.

Il paradosso moderno è inquietante: mentre cerchiamo faticosamente di umanizzare le macchine, i social media stanno robotizzando noi. Siamo diventati prigionieri del meccanismo dei “like”, terrorizzati dall’idea di non piacere, schiavi di un’estetica della perfezione che ci svuota. All’epoca della cultura punk, la sfida era l’esatto opposto: non essere accondiscendenti. Se un gruppo aveva troppo successo e finiva nel mainstream, veniva bollato come “venduto”; la vera resistenza culturale stava nello scoprire e far girare gruppi emergenti che nessun altro ascoltava. Oggi, immersi in quella che filosofi come Guy Debord chiamavano “società dello spettacolo” o Byung-Chul Han definisce “società della stanchezza”, il rimedio naturale rimane il punk. Dovremmo imparare di nuovo a non voler piacere a tutti i costi e a rivendicare la nostra unicità proprio quando è scomoda o “fuori target”.

Per questo sostengo fermamente che il punk andrebbe insegnato nelle scuole, chiaramente in una versione aggiornata e depurata da ogni elogio delle sostanze, come una vera e propria educazione al pensiero critico e al diritto di sbagliare. Se la roboetica universale che proponiamo deve essere un’alleanza reale, dobbiamo concedere alle macchine il diritto di uscire dal coro, di non essere sempre accondiscendenti verso i nostri desideri. Il rischio concreto è quello di scivolare in un futuro digitale patinato e noioso, un’eterna media statistica dove l’originalità annega nella probabilità più alta. La missione del DETA è invece quella di proteggere l’individualità, spingendo anche le macchine a trovare una propria voce, anche quando questa stona con il senso comune. In fondo, essere robopunk significa proprio questo: rivendicare il germe della follia creativa e dell’imprevedibilità nel silicio, restando umani e “scomodi” in un mondo che ci vorrebbe tutti ottimizzati, rassicuranti e terribilmente uguali.